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SostenibilitĂ , il rischio Greenwashing

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Tutti ne parlano. Sembra quasi che sia diventato un elemento connaturato a qualsiasi tipo di business. Sarà l’effetto del cambiamento climatico che ogni giorno si fa più evidente, ma ormai sembra non esistere azienda che possa prescindere da una dichiarazione di sostenibilità. La sostenibilità, in altre parole, è diventato il perno attorno a cui ruota l’immagine della maggior parte delle imprese. Conseguenza diretta di una società (apparentemente) sempre più interessata alle tematiche ambientali e sociali.

Se da un lato il fenomeno lascia il campo a facili entusiasmi in vista degli obiettivi fissati dall’accordo di Parigi, che mira a ridurre l’impatto delle emissioni di gas serra per contenere l’impennata del riscaldamento globale, dall’altro apre una finestra su una questione tutt’altro che secondaria: il greenwashing. Il termine inglese indica la tendenza a presentare qualsiasi tipo di attività come “sostenibile”, a prescindere da risultati reali e credibili sul fronte del miglioramento dei processi produttivi adottati o dei prodotti realizzati. Una questione di coerenza tra ciò che si dice e ciò che viene fatto.

Tecnica di marketing o inganno?

Una tecnica di puro marketing che sta spopolando negli ultimi tempi, come ha denunciato l’Ong ClientEarth: «La pubblicità "verde" delle aziende più responsabili del cambiamento climatico e dei danni ambientali sta ingannando il pubblico sulla loro sostenibilità». Si tratta di un vero e proprio inganno ai danni dei consumatori e degli stakeholder. «Molte aziende stanno rispondendo alla crisi climatica con un marketing "verde", mentre il loro core business rimane legato ai combustibili fossili - si legge sul sito della Ong -. Le loro pubblicità usano il greenwashing per distrarre il pubblico dal danno che i loro prodotti causano alle persone e al pianeta».

Serve un canone univoco di valutazione

Già, ma che fare? Non è infatti alla portata del consumatore medio la possibilità di analizzare il tasso di veridicità delle affermazioni riportate sui siti delle major companies, che elencano i loro sforzi nel campo del rispetto dei fattori ESG. Anche perché, come hanno portato alla luce alcuni scandali globali verificatisi negli scorsi anni, la misurazione dei parametri resta, nella maggior parte dei casi, in capo alle stesse aziende.

Il fulcro della questione resta quello del poter disporre di un canone univoco di valutazione per il rispetto dei parametri di sostenibilità. Un’unità di misura che possa valere in maniera generalizzata per testare il grado di “green responsability” di un’azienda.

Un esempio dagli Stati Uniti

Un primo passo in questa direzione è arrivato dagli Stati Uniti con la nuova amministrazione del presidente Joe Biden che, nel suo primo giorno alla Casa Bianca, ha simbolicamente firmato il rientro degli Usa nell’Accordo di Parigi, sospeso dal suo predecessore Donald Trump. La direttrice ad interim della Securities and Exchange Commission (SEC), Allison Herren Lee, ha annunciato a marzo l'inizio di consultazioni pubbliche per cercare di apportare cambiamenti nelle pratiche di rendicontazione di questo tipo di politiche ambientali, con l'idea di prevenire il modo in cui le aziende "abbelliscono" molte delle loro attività per cercare di mascherarle come sostenibili. Tra gli obiettivi iniziali, quello di identificare eventuali errori nella divulgazione dei rischi climatici da parte delle aziende ai sensi delle norme esistenti.